Come la maggioranza dei miei simili, ho capito molto tardi che la vita ha una data di scadenza. Certo che lo sapevo; tutti lo sanno. Ma non l’avevo capito, perché a nessuno piace l’idea e ci si rifiuta di comprendere la morte, il suo concetto, il suo irrevocabile significato. Da bambino certamente non ci pensavo, e verso i vent’anni ero convintissimo che non sarei mai morto. Poi da adulti si pensa solo a lavorare, correre, fare, ottenere: io a trent’anni cercavo occasioni per pubblicare, a quaranta inseguivo le buone recensioni e a cinquanta il premio prestigioso, perché ormai ero abbastanza affermato come autore ma non ancora celebrato, e questo mi infastidiva molto. Provavo un sottile disagio, come un permanente rumore di fondo, per il fatto che il mio genio creativo non fosse universalmente riconosciuto. E allora mi misi a lavorare come un forsennato: scrivevo racconti, romanzi, declamavo a conferenze in cui ero ospite principale, poi unico. Insomma, chi aveva tempo per pensare ad altro? Scrivevo, recensivo, presenziavo, ritiravo premi… Ogni tanto una breve parentesi erotica con un’ammiratrice incontrata a un firma copie o con l’organizzatrice devota di una mia conferenza. Cose veloci, assolutamente non coinvolgenti sotto il profilo emotivo, ché non avevo tempo né energie da dissipare. Una volta l’anno mi ricaricavo con un viaggio esotico, rigorosamente esotico. Ma per lo più scrivevo. Quello sciocco di Paul Auster dice che le storie capitano a chi le sa raccontare. Non è vero. Le storie capitano a chi capitano, a chi se le va a cercare, a chi si arruola nella legione straniera. Allo scrittore non devono capitare storie, le deve solo scrivere. Le storie sono nella testa, e allora giù dura disciplina, otto ore al giorno a scrivere, e limare, e trovare la forma stilistica più adatta a stupire, e parlarne al telefono col tuo agente, blandire l’editore e ricevere qualche giovanotto di belle speranze che viene a fare moine e dire banalità, ma se lo manda l’onorevole devi perderci i tuoi dieci minuti…
Poi succede una cosa improvvisa. Vai in bagno, una mattina, accendi la luce e vedi riflesso un vecchio che non conosci. Un vecchio con i capelli radi e grigi, la pelle rugosa e le borse sotto gli occhi. Un vecchio che sei tu e non lo sapevi. Beh, credetemi, quando è capitato a me ho sentito lo schianto fragoroso del mio ego che collassava. Ho passato quei giorni imbambolato, suonato come un pugile, ed era anche un autunno malinconico! Capire che il tempo sta passando, anzi per lo più è già passato, che infine non ne hai più molto davanti, che anche tu morirai davvero, certamente, e neanche fra tanto, non è una notizia da prendere alla leggera. Inutile girarci intorno. Stavo invecchiando, mi avvicinavo alla fine. Punto. Io stavo morendo!
E allora, e allora, cosa ti resta da fare? Tu abituato a graffiare la vita, inseguire il successo, correre verso l’orizzonte con l’intima certezza che prima o poi avrebbe smesso di spostarsi e si sarebbe lasciato agguantare da te, da te!
Io che ero pieno di idee e vedevo, chiaramente, senza dubbi, davanti a me, qual era la strada, la mia strada, unica, che mi avrebbe portato al successo finale e definitivo. Una strada luminosa, lastricata di racconti memorabili, volumi deliziosi, io che già avevo un nome che incominciava a essere sussurrato, ma ancora alla lontana, là a Stoccolma… La consapevolezza della mortalità non riguarda la sofferenza, non riguarda la trascendenza, la colpa, il destino… Riguarda solo il tempo, la consapevolezza di non avere più tempo.
In quei giorni, ricordo, compilavo elenchi: quanti viaggi avrei fatto negli anni che ragionevolmente potevo aspettarmi di vivere ancora? Così maledettamente pochi? E dove andare, quindi, considerato il numero di posti che desideravo visitare? Volevo tornare a vedere le fortezze Hakka nel sud della Cina… ma non ero mai stato a Machu Picchu. E quanti libri avrei letto? Oh, sì, sono un lettore veloce e vorace, ma la sterminata quantità di libri che avevo sempre guardata indifferente davanti a me, arando la produzione editoriale a capriccio, ora mi sembrava un doloroso e perverso gioco della torre. Avrei dovuto scegliere, avrei dovuto rinunciare. Scegliere di rileggere i miei amati autori avrebbe significato rinunciare a conoscere nuove proposte. O viceversa. Avevo decine di dilemmi analoghi e il dover scegliere implicava rinunciare per sempre a qualcosa.
Riguardai la mia vita come un fragile cristallo da maneggiare con cura. I miei programmi erano diventati battute sarcastiche sulle labbra degli dei nei quali non credevo. Non potevo più scrivere, e scrivere, e scrivere come avevo fatto negli anni precedenti, semplicemente perché ormai avevo poco tempo per farlo e ogni riga, ogni parola, significava rinunciare ad altre righe, ad altre parole. Non potevo più avanzare baldanzoso nella scrittura, come una nave fendighiaccio nel gelo della mia algida creatività. Non ne avevo più il tempo. Dovevo essere cauto. Scrivere solo parole memorabili, perché avevo ormai tempo per poche parole ancora. Scrivere un racconto era per me facilissimo, avevo un’ottima tecnica ma ora, che non avevo più tempo, non potevo buttarne via neanche un po’ per scrivere UN racconto. O scrivevo IL racconto o era meglio fermarsi a meditare. Scavare. Pensare. Lasciarsi andare e setacciare quel che rimaneva dell’anima, per poi studiarne semioticamente lo sviluppo verbale… Poco tempo. Troppo poco tempo per graffiare in modo significativo quel che rimaneva della vita.
La consapevolezza della mortalità mi ha infine schiacciato nella responsabilità dell’essere uno scrittore. Lo scrittore si identifica nella sua opera letteraria e quella resta per sempre, nella sua magnificenza o nella sua miseria. La mia epifanica mortalità mi lascia quindi il tempo per l’opera fondamentale e per null’altro; non posso che ambire all’unico grande romanzo, quello definitivo della mia epoca, e qualunque altra cosa sarebbe destinata alla polvere dell’oblio e non ho tempo da sprecare per opere minori, futili, dimenticabili. Io di tempo non ne ho quasi più e devo scrivere solo il testo perfetto, quello immortale. E quindi passo le giornate a meditare sulle parole necessarie, quelle ben articolate e congegnate e montate in frasi cristalline che sole comporranno l’unica opera possibile, quella senza una sola parola fuori posto. Non posso sprecare più un verbo. Non posso dilapidare un aggettivo. Gli avverbi sono diventati preziosissimi… Non scrivo più. Non scriverò, credo, mai più.
Questo racconto (una prima versione è del 2013) è arrivato terzo alla XIII edizione del premio letterario nazionale Teatro Aurelio di Roma (27 settembre 2025) nella sezione Narrativa a tema (“La parola”).

Lascia un commento