Grazie dei fiori. Grazie, grazie! Lo percepisci il sarcasmo, spero. Un cuscino di rose rosse, a un funerale. Al mio funerale! Solo tu potevi. E con un’unica scritta, Addio; solo i pochi che ti conoscono, come me, possono apprezzarne la cattiveria, l’insolenza. Qualcuno ha storto il naso; ha alzato un sopracciglio per questo troppo vistoso omaggio floreale in un’occasione per sua natura dolorosa, mesta, schiva. Mia moglie Adele no. Lei ha gettato un’occhiata distratta e non ha detto nulla; poveretta. La comprendo, chiusa nel suo dolore, vuoi che stia a pensare a queste sciocchezze? Che poi non può capirne i sottintesi, grazie al Cielo.
Ma tu, invece, riconoscibilissima. Come sempre; uno stile, un modo per distinguersi, tu sei fatta così, l’eccentrica di Cantone; da tutti ammirata e da tutte chiacchierata; da tutti desiderata e solo da me avuta. Scommetto che erano le rose del tuo giardino, Le più belle della Romagna, ti vantavi. Ti immagino, Beatrice, nel tuo distorto ricordo di me, reciderle, comporle intrecciando i gambi… Scommetto che hai ricamato tu la scritta, sei sempre stata brava in quelle cose.
La stanza della commemorazione si sta riempiendo. Gli amici, qualche parente… Qui a Cantone i funerali sembrano la continuazione delle chiacchiere fatte al bar. La stessa gente, gli stessi giri di amici, la ripresa di discorsi interrotti, giusto proseguiti a più bassa voce. Ecco Gino, amico e grande complice, l’unico che sa veramente come stanno le cose; pardon: come sono state, come sono andate. Devo abituarmi a usare il passato prossimo, e fra un po’ il remoto. Qui in questa bara, freddo e rigido come un baccalà, l’indicativo presente ormai mi serve a poco.
Io e Gino, che coppia! E l’Arturo, per la verità. Anche Arturo sa tutto, ma lui è arrivato dopo. Quante confidenze fra noi! Ma solo in privato, eh? lontano da orecchie indiscrete perché, amici o non amici, sappiamo bene come vanno le cose qui. Mezza parola in più, e dentro un’onda incontenibile di aggettivi e avverbi sei sulla bocca di tutti. Qui in Romagna, poi, simpatici quanto volete, ma di chiacchieroni e impiccioni come nei paesini come il nostro è difficile trovarne, diciamolo. Eh sì, è triste Gino. Gli mancherò. Perché la regola numero uno del fedifrago è avere un complice, e quale complice migliore di un altro fedifrago? Per coprirsi le spalle innanzitutto, e poi per raccontare a qualcuno la propria storia amorosa, perché che gusto c’è portarsi a letto una bella ragazza se poi non lo puoi raccontare? Giusto? E insomma quando dovevo trovare un modo per passare un weekend con Beatrice, e tutte le solite scuse con mia moglie erano usurate, con Gino inventavamo qualcosa di plausibile, un torneo di bridge a Bologna (lui è bravissimo, io giochicchiavo solo per potere avere queste occasioni), una gara di pesca a Pesaro (pesca d’acqua dolce, io ho una quota… no: avevo una quota, in un capanno da pesca sul torrente Bevano, vicino a Savio, quindi anche la passione della pesca era una buona scusa). Lui capitava a casa nostra e, proprio mentre c’era Adele, buttava là una frase tipo Ma ci vieni al torneo di bridge, vero? Oppure Ah, senti, fanno una bella gara di pesca, non mi ci manderai da solo, spero. E Adele, che dolce, Ma sì che ci viene, vero caro? Lavori tanto, hai bisogno di qualche svago, vai che son contenta.
E altrettanto io facevo con lui. Ero riuscito a inserirlo fra i fornitori della mia azienda come manutentore elettrico e così, quando Gino voleva stare con qualche sua conquista al riparo dalla moglie, poteva ogni tanto inventarsi un’urgenza per la quale io avrei potuto giurare di essere stato con lui. Poi si aggiunse Arturo che ha una storia, guarda caso, con una mia cugina maritata, che notoriamente è stata a letto con tutti i cantonesi maschi sopra i sedici anni ma, se va bene a lui, io non giudico. E così la coppia di spergiuri e omertosi traditori del letto coniugale divenne un trio. Che spasso ragazzi! Ci coprivamo a vicenda, con un’architettura di balle creative che a volte perdevamo pure noi il filo. Che poi, ve lo dico: il brivido del tradimento è poca cosa rispetto al racconto che ne fai coi tuoi fidi; al bar Turi, in un angolino, parlando a bassa voce davanti a un Negroni, senza tralasciare nessun dettaglio piccante. Bei tempi. All’inizio.
Bei tempi, Beatrice, poi hai voluto rovinare tutto, vero? Stronza maledetta. Ma cosa volevi da me? Eh? Cosa diavolo dovevo fare? Quando ci siamo messi assieme sapevi benissimo che avevo famiglia, figli… E Non sarò certo io a invadere i tuoi spazi, e A me basta stare con te quando puoi, e com’era quell’altra, la migliore? Ah, sì: Io detesto quelle donne che rovinano le famiglie. Ma poi, piano piano, te lo ricorderai, lo ammetterai almeno adesso che posso solo restare in silenzio, freddo e rigido nella bara, chiedevi sempre un pochino di più. Un po’ più di tempo, certo, che mica potevamo scopare per due ore in alberghetti di Ravenna o Forlì e ciao ciao ci rivediamo quando ci rivediamo; dicevi Più tempo di qualità. Mica “più tempo”, no; tempo di qualità. Mai capito cosa volesse dire.
E poi volevi la telefonata della buona notte, e io a fare le carambole con mia moglie fingendo fosse il lavoro. E poi i weekend che non potevi restare da sola, e una volta mi sono inventato una convention aziendale, una volta che c’era un’urgenza in ufficio, ma le scuse sono poche e i weekend troppi e anche con Gino, dai, non potevo avere un torneo di bridge o di pesca tutti i mesi, giusto? Infine i tuoi compleanni. E che, ti lasciavo sola proprio il giorno del tuo compleanno? Sarebbe stato imperdonabile, segno che non ti amavo. Ma porca miseria, l’ultima volta c’era la recita scolastica della piccola, la volta prima si era slogata la caviglia Adele e dovevo badare ai ragazzini, mica era colpa mia! E dai e dai, tu a chiedere sempre un pochino di più, poi a pretendere, a dichiarare il tuo amore senza se e senza ma verso un ingrato come me, e io a fare la corsa a ostacoli fra impegni di lavoro, i bambini… Ma qui in paese, porcaccio di un cane, come dovevo fare? Mica potevo andare con te a braccetto al bar Turi a prendere l’aperitivo! Mia moglie, per fortuna, non ha mai sospettato nulla. Credo. Immagino. Certo, una faticaccia. Le donne hanno un olfatto che potrebbero trovare i tartufi, e io poco mancava che mi lavassi con la varechina, dopo avere fatto l’amore con te, per la paura che Adele, in qualche modo, ti fiutasse, vedesse una macchia di rossetto, scovasse un capello rosso, tuo, in un risvolto della giacca. Ah, i vestiti; tenevo un cambio in ufficio, facevo lavare la roba in lavanderia a Lugo senza dirglielo; a Lugo, capisci? che se la portavo qui a Cantone l’avresti sicuramente saputo. Ma le mogli conoscono i cassetti dei mariti come se fossero i loro; anzi meglio. E quella volta Ma dov’è finito quel golfino blu che ti ho regalato per San Valentino? E un’altra volta Ma dove sono finiti i jeans quelli amaranto che ti stanno tanto bene? E giù altre balle, inventare storie, scuse.
Alla fine, cara Beatrice, la mia relazione con te sai cos’era diventata? Qualche meravigliosa vertigine di emozioni immersa in un oceano di bugie, capriole, scuse, sensi di colpa. Scopate fantastiche, certo, che a far l’amore, devo essere sincero, me l’hai insegnato tu; cosa fare, come attendere, la delicatezza, l’armonia dei corpi, non precipitarsi nel godimento ma propiziarlo, attendere i tempi femminili, che raddoppiano anche i piaceri maschili. Ah, eri brava e da questo punto di vista, devo essere sincero, ti ho amata tantissimo. Ma tolti quei momenti, momenti memorabili di estasi, di follia dei sensi, tolti quei momenti, Beatrice, che sfracellamento di coglioni che eri!
Comunque, adesso che ci penso, con Gino e Arturo non si è mai parlato del lato faticoso del tradimento. I dettagli dei nostri amplessi erano stati sviscerati tutti, e i nostri racconti si ripetevano, a essere onesti, sempre uguali, con sempre meno calore ed eccitazione.
Ma le fatiche collegate a queste doppie vite no, di quelle parlavamo pochissimo e, se capitava, era uno sbaglio e cambiavamo subito discorso. Capito, Beatrice? Le fatiche. Tu nubile, bella, di famiglia benestante, potevi solo chiedere ed eri abituata a ricevere. Ti sei mai chiesto cosa significasse per me questa relazione? Lasciamo stare i sensi di colpa, quelli erano chiaramente questioni mie. Ma tornare a casa dopo un pomeriggio estenuante di sesso con te e dover fare l’amore con la propria moglie, ma ti rendi conto? Fingere il mal di testa “per il troppo lavoro” per non giocare coi bambini, perché proprio non ti reggi più in piedi. Pensare, più o meno nello stesso tempo, che regalo fare a Natale ad Adele e a te, e cercare di pensarli differenti, e andarli a comperare in negozi diversi in tempi diversi. E mangiare con te nel ristorante chic di Forlì, poi correre a casa e trovare la cena che la dolce mogliettina ti ha lasciato perché, pover’uomo, Sarai affamato, ti ho lasciato i cappelletti in brodo nel pentolino, due minuti e sono caldi. Ma sai che, a pensarci adesso, ho vissuto con te, per te, gli anni più faticosi della mia vita?
E tu mi hai mandato un cuscino di rose rosse; forse per le spine. Anzi, certamente per le spine. Tu la rosa rossa della passione, ma tue le spine delle bugie, delle menzogne alla cara Adele che non le meritava, no, e il tempo che le ho sottratto, a lei e ai bambini, porca miseria, sempre a cavallo fra desiderio di te e senso di colpa, voglia di te e vergogna per il castello di falsità. Per fortuna che Adele non ha capito nulla. Credo. Almeno, non mi pare, e se anche ha sospettato qualcosa non me l’ha mai fatto capire. Povera donna. Povera donna. E anche verso gli amici, i colleghi, i paesani. Io quello furbo, quello che andava a letto con la più bella e desiderata del paese; come dice la filastrocca, Se vuoi vedere la romagnola bella devi andare a Cantone e Brisighella… Beh, gente, la bella cantonese era mia, veniva a letto con me, carambolando fra la segretezza che cercavo di mantenere e la complicità omertosa di Gino, che mi faceva l’occhietto ogni volta che casualmente ti incrociavamo, e Arturo che faceva stupide allusioni in pubblico, che avrei dovuto capire solo io, secondo lui, ma alla lunga, mi sa tanto, le capivano tutti, e mi imbarazzavo. Una faticata, Beatrice. Una faticata. Ma chi me l’ha fatto fare? Mi sentivo il re dei mandrilli e sono finito in una gabbia di doppiezze che non riuscivo più a sopportare. Ma poteva valerne la pena, sai? Poteva valerne la pena se solo tu, se solo tu…
Stronza maledetta. Troppo furba per me. Quando ho cominciato a dirti che non ce la facevo più, che dovevamo rallentare, che a Cantone si cominciava a mormorare e io non potevo compromettere il mio rapporto con la povera Adele, non potevo immaginare di farla soffrire, di esporla alla derisione, o alla pietà, delle chiacchiere, tu non hai fatto nessuna scenata. Lì per lì me ne compiacqui, plaudii alla tua serenità, al tuo equilibrio. Idiota. Io, idiota. Gli uomini sono bestie cattive e violente, ma le donne sanno essere cento volte più false e crudeli. E così ho abbassato la guardia. Facevamo meno l’amore, e mi dispiaceva perché con te erano incontri esaltanti. Quel tuo corpo… meglio se non ci penso, che farmi venire un’erezione qui, nella bara, di fronte a tutti, sarebbe davvero imbarazzante. E insomma meno sesso ma potevo finalmente mandarti meno messaggini, darti meno tempo, che fosse ‘di qualità’ o meno. E lì per lì, credimi, ho pensato Ecco, ci voleva poco: Beatrice è intelligente, ha capito, abbiamo portato la nostra relazione a un livello gestibile; ogni tanto un po’ di sesso, e per il resto ognuno fa la sua vita, ma sì, che Adele è brava, è la madre dei miei figli, è con lei che voglio invecchiare. Una volta io, stupido, ora lo so quanto sono stato stupido, ti ho detto proprio quelle parole. Tu mi hai guardato, con un mezzo sorriso, e mi hai chiesto E io? Con chi invecchierò io? Per un attimo ho pensato Ecco che ricomincia il rompimento di palle, ma poi tu hai cambiato discorso, abbiamo fatto l’amore e io non ci ho pensato più. Ma sì, chi se ne frega, dai, si sa come sono le donne, ogni tanto vanno anche sopportate.
E così, per un po’, mi è sembrato di avere trovato la strada per un nuovo equilibrio, e il mio retropensiero, a essere sinceri, era che pian piano ci saremmo lasciati. Se il mio cervellino là in basso protestava a questa idea, quello principale, qui nella mia testa, che finalmente sembrava aver preso di nuovo il controllo, sapeva che la strada era ormai segnata, il percorso avviato. Meglio godersi le ultime uscite con te, pensavo, meglio rotolarsi fra le lenzuola le ultime volte finché ce n’era poi basta, vaffanculo, ognuno per la sua strada e amici come prima. Avrei mantenuto una tenera amicizia con te, ma alla lontana; dei bei ricordi, ma solo per me, che anche con Gino e Arturo era meglio rallentare le frequentazioni. Ma sì, troppo compromessi, anche loro, poi cos’avremmo mai avuto da dirci? Guarda, Beatrice, lo devo dire: ti ho voluto più bene in quest’ultimo periodo che prima; poiché il sesso con te stava per finire, ti apprezzavo più come presenza, scoprivo quasi per la prima volta alcuni aspetti del tuo carattere, certi piccoli gesti deliziosi… Vedevo all’orizzonte la fine del nostro rapporto, mi sentivo più tranquillo e quasi quasi, guarda com’è strana questa cosa, ti volevo bene davvero!
Poi abbiamo organizzato quella gita a Rocca San Giovanni, approfittando del fatto che mia moglie era andata coi bambini dai nonni. Sarebbe stata una delle ultime, certamente; una tua idea, un modo per lasciarsi bene con un grande fine settimana, noi due soli, come ai vecchi tempi. Chiusi in camera due giorni a scopare come ricci, servizio in camera, un’ultima esaltante fiammata. Come dire di no? Che idiota sono stato. Hai mandato me a fare il check in, solo a nome mio con la scusa dell’imbarazzo, non farti vedere, dai, una coppia clandestina… E sì che tante altre volte non ti eri fatta nessunissimo scrupolo. Ma io, doppio stupido, penso che siamo in una nuova fase del nostro rapporto e che andava bene così. Poi vuoi fare una gita al promontorio sulla foce, e io coglionazzo ma certo, ci mancherebbe, e che, ti faccio arrabbiare proprio adesso che pian piano riesco a ritrovare un equilibrio? Non sia mai! E così in auto qualche chilometro, poi dei bei sentieri sopra la spiaggia fino al promontorio, che gente non ce n’era, non era ancora stagione. Tirava un certo vento, era pure freschino, tu mi sorridevi, mi promettevi un’ultima notte di quelle, di quelle che è meglio che non ci pensi. E quando siamo stati là in cima, mentre mi godevo il panorama ed ero in un raro momento di pace con me stesso, mi hai dato una spintarella. Ricordo che nei primi istanti, mentre il mio baricentro era ormai irrimediabilmente esposto allo strapiombo, ho pensato che dai, via, non era possibile! Mi stavi ammazzando!
Stronza maledetta. Nessuno ti ha vista, nessuno sa che sei stata là. Mia moglie come l’avrà presa? Immagino che i carabinieri le abbiano chiesto cosa ci facessi io a Rocca San Giovanni. Cosa avrà risposto? Ora la vedo, compunta, con l’occhio basso, i bambini seri seri ai due lati. Un bel lutto muliebre. Contenuto, composto. Anche un pochino troppo, se posso dirlo.
Gli amici ormai ci sono, pure i colleghi. Abbiamo sempre detto di fare una cerimonia civile, sono contento che questo desiderio sia stato rispettato. Adesso qualcuno farà un discorsetto dicendo tante cose belle sul mio conto; qualcun altro racconterà un episodio più o meno buffo e i presenti sorrideranno, con mestizia, al ricordo di quella brava persona che ero. Stanno arrivando gli ultimi, fra un po’ si comincerà. E all’improvviso entri anche tu. Pure tu sei venuta! Ma con che faccia ti presenti? Entri, col tuo passo falcato da modella; mentre varchi la soglia mia moglie alza leggermente il capo e ti vede. I vostri sguardi si incrociano. Vi scappa un mezzo sorriso. D’intesa.
Stronze maledette!
3° classificato al concorso letterario Spoleto Calling, 12 ottobre 2025, avente come tema la vita di provincia.

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