E stava lì, a fissare il mare.
I principi lascivi e infedeli erano morti e ora attendevano l’estremo oltraggio di una furtiva sepoltura o la tardiva pietà della restituzione delle spoglie; il trono era stato riscattato e consegnato al figlio che lo preservasse in suo nome, ché lui, Odisseo, non aveva animo per le incombenze di Palazzo; la moglie aveva colmato la sua lunga attesa e l’aveva ripagato con una tiepida notte di intimità. Tutto era compiuto, la storia aveva terminato le parole, i giorni non riservavano sorprese ma solo ricordi.
Che fare, ora? Cosa, dopo avere sconfitto gli dei? Ormai consumato dalle prove delle Moire beffarde, tutta la sua vita era racchiusa in un verbo declinato al passato. E allora stava lì, a fissare il mare.
Ilio che bruciava era un’immagine distorta dal tempo, avvolta nelle nebbie dei suoi ricordi confusi uno nell’altro. C’era stato un cavallo, che il politropo guerriero venuto da Itaca aveva congegnato… Se lo ricordava, anche se non più nei dettagli. Chi erano i valorosi con lui, nel ventre del dono ingannevole? Sicuramente Acamante il prode, Idomeneo dagli occhi azzurri e… Teucro, certamente c’era anche Teucro, e poi…
Il sole va calando, e Odisseo è sempre lì, guarda il mare verso l’orizzonte, verso la maga, verso il ciclope, verso gli anni più straordinari che l’uomo aveva potuto vivere.
Ma perché non morirne?
Poseidone, tu sia maledetto. Tu non mi hai punito ritardando il mio ritorno, ma lasciandomi vivo dopo i lotofagi, i lestrigoni, le sirene… Mi hai fatto tornare, che Zeus ti maledica, mi hai lasciato vivere dopo tutto questo!
Al tramonto, Odisseo tornava stancamente a casa, dove tutto era quiete. Euriclea non riusciva a stare ferma, malgrado l’età, e cercava di prevenire ogni bisogno del suo amato figlioccio; Penelope così fedele, per gli dei, così fedele… adempiva con preciso rigore a ogni incombenza che riteneva spettasse alla moglie dell’eroe. E Telemaco? Cosa dire dell’amato figlio, mai veramente conosciuto, che tanto aveva atteso il padre e ora regnava in sua vece, con sfibrante attenzione a fare quello che si pensava il padre avrebbe fatto? E i nobili fedeli che venivano a ricevere il loro meritato elogio. E le vedove dei marinai meno fortunati di Odisseo – ma furono veramente tali? – che chiedevano prebende. E tutto questo sarebbe stato la ricompensa dell’eroe?
Ah, sì, i grandi onori tributati al suo ritorno. Il popolo di Itaca che applaudiva quel re scomparso così tanti anni prima e tornato ora, così vecchio, così vecchio dentro…
Ma adesso, a gloria celebrata, a trionfo acclarato, a ritorno così amaramente guadagnato, cosa rimaneva?
Odisseo si guardava allo specchio e vedeva un viso segnato dal sole e dalla salsedine, dalle battaglie, dalle preoccupazioni, dalla visione dei troppi compagni morti. Ordinario, tutto sommato, banale. Un vecchio. Pelle secca, pieghe sul viso, capelli diradati e bianchi. Solo un vecchio. Dov’era l’eroe, il conquistatore, l’intrepido marinaio, ma soprattutto, dov’era, semplicemente, l’uomo?
Viene svegliato, Odisseo, sulla spiaggia. Un messo, con grande timore e riverenza, è stato mandato da Telemaco a cercarlo. Lui era lì, sulla spiaggia, che guardava il mare, e la stanchezza nell’anima l’aveva vinto, e s’era appisolato un momento, come succede ai vecchi, o a chi è invecchiato prima del dovuto per avere vissuto troppo intensamente gli anni concessi da Làchesi, e neppure gli dei possono interferire, neppure gli dei possono, no…
Il messo di Telemaco stava in disparte, incerto. Vedeva il prode Odisseo perso in pensieri complessi, assorbito… dai ricordi? Probabile. Non sapeva cosa fare. Alla cena avrebbero partecipato nobili venuti da Cefalonia, e la sua presenza era richiesta. Telemaco reclamava la presenza del padre che avrebbe dovuto raccontare, ancora, la sua storia. La sua triste storia.
Il trionfo dopo la strage a Ilio, come il trionfo dopo la strage dei Proci, è stato un momento di gloria? La gloria resta nei ricordi e nei racconti? E si trasmette agli astanti che plaudono? Dopo i racconti, ripetuti e ripetuti, alla moglie, ai nobili rimasti fedeli, ai re vicini venuti a onorarlo, e tutti a chiedergli come? Come? Dove? Racconta… e si rinnova la gloria?
E lui cercava le parole per descrivere il gigante monocolo, ma faticava a trovarle, ché non era uomo di racconti, e leggeva sui volti degli astanti incredulità. Così grande, davvero? Così feroce, possibile? Tratto in inganno in quel modo, credibile?
E le ninfe, le dee, le maghe, le ammaliatrici, le donne del destino al quale lui si era abbandonato, appagato, ma la colpa, schiacciandolo, lo aveva sempre indotto a lasciarle, a tornare a sfidare Poseidone, cercare una rotta per Itaca, per Itaca, Itaca maledetta! Non poteva raccontare alla fedele e paziente e nobile Penelope della splendida Calipso o della focosa Circe, della timida e aggraziata Nausicaa. Lei intuiva, non chiedeva, e Odisseo sorvolava, accennava, divagava, e un velo calava fra loro. Eppure avrebbe voluto dirle, solo trovando le giuste parole, quanto l’aveva amata, nel ricordo, nella tensione del ritorno, nella speranza di tornare a scaldarsi fra le sue braccia, e quanto tale sentimento l’aveva soccorso per liberarsi dalle braccia di altre donne, altri desideri, altri destini. Ed eccolo tornato fra le braccia così spesso sognate: più tiepide che calde, misurate, regali, affezionate entro i limiti imposti dal rango e dal dovere, pronte a concedere all’eroe un po’ di ciò che reclamava suo ma che tale non era.
E allora lui andava in riva al mare, si sedeva su quella sporgenza dove aveva ammirato le sue dodici navi per poi salpare, giovane destinato dagli dei a grandi imprese, alla volta di Ilio. Dodici navi; trecento giovani, suoi coetanei, suoi compagni, saliti a bordo sorridendo per seguire il loro capitano e re, e ora morti, straziati dai lestrigoni, divorati da Polifemo, trasformati in porci da Circe… Era tornato solo, e sentiva di dovere delle spiegazioni ai padri, alle madri, ai fratelli che ringraziavano Atena per averlo protetto, ma negli occhi si leggeva la loro disperazione per quel ritorno privo dei compagni. Perché loro no? Perché?
E Odisseo parlava loro della fedeltà di Anticlo, senza descriverne l’avventatezza o l’orribile morte; dell’eroismo di Elpenore, che in realtà, di tutti, era forse il meno prode; e Perimede, e Sinone, e tutti gli altri, e per tutti spendeva belle parole, e ometteva debolezze.
Ma i racconti non leniscono le ferite. Odisseo capiva che servivano altre parole, espresse in altri modi, e che lui non era in grado di parlare, di raccontare, facendo capire, sentire, vivere quei mille accadimenti che tutti loro avevano vissuto, in battaglia e poi nel tribolato ritorno.
E allora andava a guardare il mare, sempre più taciturno, sempre più solo. Ormai stanco e senza gloria, ché la gloria illumina solo l’istante in cui si palesa, e dopo, tutto è ricordo, e il ricordo, ora Odisseo lo capiva ferocemente, il ricordo è sempre menzogna.
Dieci lunghi anni per tornare. E non vorrebbe mai essere tornato, Odisseo. Perché non consegnarsi alle sirene? Perché non restare a Ogigia, o all’invitante isola dei Feaci? Restare, incastonarsi nel mito, diventare ricordo eterno per i vivi, e non realtà quotidiana destinata a deludere.
Itaca, maledetta, perché sono tornato?

Racconto scritto fra settembre e ottobre 2023.
4° classificato al concorso letterario CiviCa di Calenzano (FI), il 22 novembre 2025.
Pubblicato sulla rivista Calvario il 10 aprile 2026.
Questa versione: 5 settembre 2026.



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