Questo racconto è stato appena pubblicato sulla rivista letteraria on line Spazinclusi (11 marzo 2026).
Per rispetto alla rivista propongo qui solo la prima parte del racconto (per almeno alcuni mesi); per leggerlo interamente potete cliccare qui: https://www.spazinclusi.org/racconti/bizarro-fiction/luomo-dava-nomi-alle-stelle/
Verso i sette anni, Aku, guardando le tre misere galline che la madre possedeva, e ascoltando il loro buffo crocchiare, decise di imporre loro un nome, visto che non aveva altro da fare. A quella più grossa, che beccava le altre due, diede il nome di Aar-Maakaa, alla più piccola e spennacchiata Aar-Vivilaa, e alla terza Aar-Cudu. Decise, Aku, che tutte le galline dovevano avere un nome che iniziasse con “Aar”, perché il suono aar gli pareva intimamente connesso alla terra, alla polvere, al razzolare su e giù. Quando lo disse alla madre lei sorrise per quell’invenzione infantile e non vi fece molto caso, perché doveva ancora raccogliere la legna per il camino, frugare nell’orto per un po’ di insalata scampata alle lumache e fare altre cento cose, come sempre.
Aku, che si annoiava sempre molto e amava poco la compagnia degli altri ragazzini di Belpoggio, incominciò così, per gioco, ad assegnare nuovi e inauditi nomi alle cose attorno a lui. Il cane rognoso dei vicini divenne Buk-Malin, perché ad Aku la bestia faceva un po’ schifo e lo spaventava, e il suono buk gli rappresentava bene quel sentimento, che impose più tardi alla palude a sud, che era insidiosa e tutti la evitavano, che divenne Buk-Waagah. Il grande albero che dominava dal poggetto a nord, da dove si vedeva tutto il villaggio, fu invece Gaal-Federoss, e tutte le cose belle e grandi sarebbero state gaal perché quel suono era, assieme, fluido e imponente, chiaro e rassicurante. E ricevettero il loro nome i gatti del villaggio, anche se i loro padroni già ne avevano assegnati altri, il ruscello a valle, che si chiama Pinda per tutti, ma Aku lo ribattezzò Fetfet-Boo, perché quello scorrere umido e allegro doveva per forza essere un fetfet.
A otto anni andò a badare le pecore per Calamao, che si era dedicato al commercio delle pelli e non poteva più stare dietro alle sue bestie. Non che ne avesse tante; quattordici pecore, dalle quali ricavava un po’ di lana, latte e ogni tanto un bell’agnello. Calamao portò con sé Aku il primo giorno e gli spiegò come doveva fare; che poi era tutto abbastanza semplice: all’alba si andava al recinto, si apriva il cancello e si facevano passare le pecore contandole, per sicurezza. Con uno schiocco della lingua accompagnato da un “Ohi, ohi!”, le si incitava a proseguire verso il pascolo, che cambiava ciclicamente durante le stagioni. Poi non c’era nulla da fare tranne tenerle d’occhio. Solitamente le stupide bestie stavano tutte assieme a brucare l’erba, ma ogni tanto un esemplare più giovane si distanziava e rischiava di perdersi. Allora bisognava correre là, semmai tirargli qualche sasso, e riportarlo nel gregge. Verso sera, schiocchi e ohi ohi, tutte indietro fino al recinto, contandole un’altra volta.
Ma Aku non sapeva contare, i numeri lo confondevano. Semplicemente diede a ogni pecora un nome, preceduto da cuu, che gli pareva azzeccato per animali così stupidi; cuu era una testimonianza di stolida rassegnazione, placida tranquillità e sciocca inconsapevolezza, e le pecore, ad Aku, parevano certamente essere cuu. Gli bastava, mattina e sera, nominarle tutte a vista, ché aveva grande occhio per i dettagli e le distingueva benissimo, e poiché aveva una memoria eccezionale capiva subito se tutto l’elenco di pecore era completo oppure no. Così portava al pascolo Cuu-Gaamaa, Cuu-Reebee, Cuu-Aamii, Cuu-Daatee, Cuu-Kooloo, Cuu-Geecee, Cuu-Faateo, Cuu-Veekoo, Cuu-Liibii, che era in realtà un castrato scampato all’arrosto ma ovviamente, per Aku, contava come una pecora, poi Cuu-Dregaa, Cuu-Tuubaa, Cuu-Jaajaa, Cuu-Aahma e infine Cuu-Oioo, che era la più vecchia e forse non avrebbe superato l’inverno.
All’alba Aku andava al recinto, nominava mentalmente tutte le pecore, constatava che non ne mancava nessuna e le portava al pascolo dove, annoiandosi mortalmente, come sempre, iniziò a dare nomi ai monti e ai colli attorno, agli alberi più imponenti, tutti col suffisso gaal, e poi al ragno che aveva una tana proprio nell’albero dove Aku aspettava si facesse sera, che era see perché silenzioso e pratico, veloce e paziente; al falco che lo sorvolava ogni giorno, cercando in basso le sue prede, che era miuu perché inaspettato e veloce, furtivo e letale, e questo, ad Aku, pareva chiaramente un miuu; e insomma dava nomi a tutto quello che poteva.
I mesi volarono, e iniziarono a passare gli anni. Ogni tanto una pecora moriva o, più frequentemente, veniva macellata, e altre giovani pecore venivano aggiunte al gregge. Aku dava alle nuove arrivate il nome appropriato, non usando mai quelli di pecore precedenti, già macellate, vendute o morte per un accidente. I nomi, pensava Aku, devono racchiudere in qualche modo l’essenza dell’animale, dell’oggetto, dell’albero, e nessuno poteva avere le medesime, identiche, caratteristiche.
Crescendo solo e strambo, finì coll’essere schernito dagli abitanti del villaggio, che lo ritenevano scemo, un po’ come Alimu, il figlio di Oriste, che aveva lo sguardo fisso, sbavava e mugolava tutto il giorno. Certo, Aku non sbavava, e sapeva accudire le pecore, ma quel dare nomi a tutto e a tutti era decisamente una stranezza, e anche il magio del villaggio diceva che sì, Aku era utile e non dava fastidio a nessuno, ma non era una persona normale. Così Aku crebbe nella solitudine, senza amori e senza affetti, e anche dopo la morte della madre continuò a fare il custode di pecore, semmai con greggi, mai sue, più grandi.
Aku non aveva mai sentito il bisogno di compagnia. Fin quando poteva dare nomi al mondo, lui era sereno, se non proprio felice. Ma attorno ai vent’anni di cose senza nome non ce n’erano più, e Aku sentì un fastidioso prurito nella sua testa, un prurito che non riusciva a grattare.
Finché una sera, meditando sotto il grande Gaal-Federoss, alzò gli occhi al cielo e vide tutte quelle stelle, in attesa che lui trovasse loro un nome.
Oh, che spettacolo, che impresa, che fantastica sensazione!
Decise immediatamente che le stelle erano aah, perché quello gli parve il suono della meraviglia, dello stupore, della sospensione, ma anche della luce, della salvezza.
Così cominciò da Aah-Rety, per passare alla luminosa Aah-Tyry, e lì vicino c’era Aah- Fertyghan, e poi Aah-Mnetsy, Aah-Givorax…
La sera dopo proseguì; e quella successiva, e per innumerevoli sere, ché la volta celeste mutava notte dopo notte e nuovi astri comparivano all’orizzonte.
Aku memorizzava esattamente le posizioni delle stelle, e ogni notte le rammentava tutte, finché non furono talmente tante che, se voleva pronunciare il nome di ciascuna, non gli rimaneva tempo per darne uno alle innumerevoli ancora rimaste senza. E questo non doveva accadere, perché senza un nome distintivo, così pensava Aku, sarebbero potute sparire senza che qualcuno se ne accorgesse. E le sue notti sotto Gaal-Federoss si allungavano, lui dormiva sempre meno per portare avanti l’impresa, il suo sonno si accorciava e con malumore sempre maggiore conduceva le pecore al pascolo; finché un mattino fu trovato dormiente sotto l’albero, le pecore ancora chiuse nel recinto, e il padrone lo cacciò in malo modo.
A chi gli chiese come avesse potuto, in maniera così sciocca, perdere il lavoro che, unico, gli dava di che vivere, Aku rispondeva che stava dando i nomi alle stelle, ma che erano così tante, ma così tante!
Finché qualcuno, forse per prenderlo in giro, forse perché incuriosito dalla stramberia, lo raggiunse sotto l’albero e gli chiese – Come si chiama quella stella?
– Quale dici? – rispose Aku.
– Quella lì, la terza di quel gruppo che pare formare una linea…
– Quella è Aah-Tresside.
– E quella?
– Se intendi quella azzurrina, è Aah-Fahalith.
– E quella là? Quella molto luminosa…
– Ah, quella… Non è una stella.
– Ah no? E come sarebbe?
– Le stelle vere sono immobili. Ma alcune si muovono, non vogliono stare al loro posto. Quella è Ruu-Valika.
– E perché si chiama così?
– Perché ruu è il suono dell’indisciplina, del disordine… e quelle stelle strane sono indisciplinate, non seguono le regole del cielo.
Così altra gente incominciò a salire sulla collinetta, di sera, per farsi dire i nomi delle stelle, chi portando del pane, chi una fiasca di latte. Aku di giorno dormiva, e di sera dava i nomi alle stelle, che sembrava non finissero mai, e li spiegava ai visitatori che gli portavano cibo, a volte una coperta, un po’ di compagnia.
…
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