Dalla penna alla tastiera

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Ho sempre scritto; per piacere o per lavoro. Se dovessi descrivere con un unico verbo l’attività principale della mia vita direi: scrivere. Ho molto pubblicato; ho fondato e diretto riviste e collane editoriali (scientifiche), e insomma – poiché ho un’età – sono stato testimone di come sia radicalmente cambiato il processo materiale della scrittura, e quello della successiva pubblicazione.

Nella prima parte di questo post vi racconto come si scriveva e come si pubblicava 30-40 anni fa. Nella seconda parte propongo poche considerazioni sul significato che i cambiamenti (dalla scrittura con la penna alla tastiera) hanno generato (anticipazione: sì, hanno molto modificato il processo creativo). 

Ritratto dell’artista da giovane mentre dattiloscrive la sua tesi di laurea con una Olivetti Lettera 22 in un’amena località di campagna

Prima parte: come si scriveva e pubblicava fino agli anni ’80

Penna e macchina da scrivere

Nei primi anni ’80 lavoravo come sociologo in un servizio pubblico pedagogico; senza entrare nel merito dell’attività basti sapere che si scrivevano rapporti di ricerca e testi psico-socio-pedagogici, e si pubblicava una piccola rivista su queste materie.

Il processo era questo:

  1. io (e i mei colleghi e colleghe) scrivevo con la penna stilografica su fogli protocollo (con le righe; esistono ancora?);
  2. il testo scritto a mano veniva da me letto e riletto apportando correzioni, sempre fatte a mano con la penna; se il testo diventata, così, un guazzabuglio poco comprensibile da terzi, finite le correzioni lo ricopiavo, sempre a mano con la penna (insomma: la brutta copia e la bella copia); anche questo secondo manoscritto aveva comunque le sue belle ulteriori correzioni;
  3. questo testo “in bella” veniva portato alle nostre segretarie-dattilografe che vennero dotate, in quegli anni, di un macchinario straordinario: delle macchine da scrivere Olivetti ET munite di un piccolo display dove si componeva la riga prima che venisse stampata sul foglio, permettendo così all’operatrice di vedere in tempo gli errori e correggerli;
  4. comunque il dattiloscritto, prima di andare in stampa, veniva sottoposto a un’ulteriore lettura e a ultime correzioni (inclusi pentimenti e riscritture parziali) e quindi, con le sue belle immancabili nuove correzioni fatte a mano, veniva restituito alle dattilografe per la definitiva battitura a macchina;
  5. a quel punto si andava in tipografia e il tipografo componeva (coi caratteri mobili a piombo) i testi; li stampava poi senza riguardo a future impaginazioni e ce li restituiva: quelle erano l’equivalente delle attuali prime bozze; io (e gli altri colleghi e colleghe) confrontavamo il testo stampato con il nostro dattiloscritto e segnalavamo errori e refusi (che sono due cose diverse).
  6. Il tipografo correggeva e ci restituiva i testi corretti in un formato compatibile con la ‘gabbia’ del menabò, e qui devo spiegare. La nostra rivista (come tutte, come anche i libri) aveva un certo formato (altezza e larghezza), un certo stile per i titoli, per le didascalie etc. Adesso immaginate un fascicolo di quella rivista, con disegnate le colonne dove doveva comparire il testo, ma completamente bianco; quello si chiama menabò e io (o chi era incaricato) dovevo prendere forbici e colla e tagliare materialmente i testi dello stampatore e incollarli nel modo che mi sembrava opportuno sulle pagine bianche, intervallando eventuali figure, titoli etc.
  7. Il menabò, composto secondo criteri redazionali e approvato ovviamente da chi dirigeva la rivista, veniva quindi portato per l’ultima volta in tipografia dove il tipografo predisponeva la stampa come da noi voluta.

La rivoluzione dei computer

Verso la fine degli anni ’80 arrivarono i primi computer; nel mio istituto di ricerca (io, nel frattempo, avevo cambiato lavoro) arrivarono quegli enormi scatoloni con display ai fosfori verdi che hanno seriamente contributo a minare la mia vista; meraviglia! Scrivere su tastiera (via, dopo tutto era un tipo di macchina da scrivere, e con sole due dita me la cavavo bene) e vedere il tuo testo comparire sul monitor era quasi una magia. Per non dilungarmi vi racconto solo come si faceva per spostare una parte di testo (un paragrafo o un capoverso) da una parte all’altra del lavoro, come esempio della macchinosità dei primi PC:

  1. si doveva identificare il punto di inizio del brano da spostare e si premeva un tasto funzione (non ricordo quale, diciamo F4);
  2. si andava al punto finale del brano da spostare e si premeva un altro tasto funzione (diciamo F5);
  3. poi si doveva dare l’istruzione “il brano così selezionato deve essere spostato”, premendo un terzo tasto funzione (F6);
  4. infine ci si posizionava nel punto dove si voleva far comparire la parte tagliata con un quarto e ultimo tasto funzione (F7).

Questo era il taglia/incolla delle origini, e se ti sbagliavi dovevi ricominciare tutto daccapo.

L’evoluzione dell’editoria

Poi è venuta l’editoria digitale e i computer più moderni, ma per lunghi anni ancora questi strumenti furono solo dei supporti straordinari a lavori comunque basati sulla carta.

Per molti anni gli editori mandavano agli autori di libri le bozze cartacee, da correggere a mano (c’è un modo specifico, con una sua simbologia, per indicare gli errori e come correggerli, chissà in quanti – pochissimi – se lo ricordano); così per le riviste: sono stato il direttore di una rivista scientifica, tuttora pubblicata da uno dei più grandi editori italiani, fra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000; i testi accettati e composti – con sistemi più moderni di quelli visti sopra – mi venivano spediti a casa in formato cartaceo, e io avevo il mio da fare per controllare, correggere, dare forma all’impaginazione prima di rispedire tutto (via sistema postale) all’editore che procedeva alla stampa definitiva.

Pian piano siamo giunti alle forme attuali dove, salvo rari casi:

  • tutto il processo di creazione del testo avviene tramite un word processor (a schermo);
  • il dialogo fra autore, curatore ed editore avviene via posta elettronica;
  • la stampa avviene con processi interamente automatizzati in cui l’input è il testo consegnato, in formato digitale, come definitivo.

Seconda parte: scrivere con processi digitali è uguale a scrivere con carta e penna?

No, è profondamente diverso.

Scrivere al computer non è semplicemente più veloce e comodo, ma attiva elementi differenti nel nostro cervello causando un diverso tipo di riflessione, creatività, giudizio; avete già capito che queste funzioni sono minori nel caso dell’uso del computer. Per chi è interessato segnalo un paio di titoli per approfondire. Ma facilmente ne troverete moltissimi in Internet, ragione per la quale questa seconda parte sarà molto breve.

Oltre a fattori neurologi, molto studiati, ce ne sono altri assai importanti per chi intende scrivere creativamente (credo sia un pochino diverso per i testi tecnico-scientifici). Per esempio tracciare la forma delle lettere non è un atto neutrale come pigiare un tasto corrispondente a quella lettera, perché l’attuale forma del nostro alfabeto origina da pittogrammi vecchi di 5-6.000 anni, poi evolutisi in ideogrammi e quindi in fonogrammi.

Esempio: l’evoluzione della lettera A (fonte) 

Tutto questo non è neutrale; anche se scrivendo la ‘a’ nella parola ‘frase’ (o in qualunque altra) non pensiamo ovviamente a un bue, la magia di un segno grafico, non arbitrario, che evoca un suono, ha radici nella nostra cultura e nella psicologia di ciascuno di noi. Con la propria grafia, col proprio stile grafico. E la pagina che si riempie di questi segni forma una gestalt che ha un senso, anche solo emotivo, completamente perso nelle formattazioni perfette del nostro word processor.

Conclusioni? Nessuna, ovviamente, anche perché sto varcando la soglia di argomenti che non rappresentano la mia cup of tea. 

Comunque, indietro non si torna. Io, per esempio, non sono praticamente più in grado di scrivere a mano, e la scrittura al computer mi ha reso leggermente disgrafico (perché la connessione cervello —> dita sulla tastiera non funziona in maniera ottimale). È così, sarebbe sciocco trarne insegnamenti morali; indietro non si torna né io personalmente lo desidero. Ma forse così abbiamo tutti subito una piccola perdita; un certo appiattimento cognitivo e funzionale prodromico a quello, ben più grave, attualmente prodotto dalla’IA. Ma questo è un altro discorso. 

Il precedente artista, non più giovane, fa ormai tutto con computer e gli va bene così


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