Perché leggere i classici

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Prima di azzardare una risposta alla domanda occorre definire cosa si intenda con “classici” nella letteratura. Se un tempo, forse, la risposta era più scontata, oggi per diverse ragioni non è più così. Come spiega Giulio Ferroni alla voce Classico dell’Enciclopedia Treccani 

Nella lingua corrente praticamente tutto può aspirare alla qualifica di ‘classico’, come peraltro tutto può qualificarsi come ‘mitico’. Classico può essere tutto ciò che, facendo parte della nostra vita presente, viene comunque da un tempo precedente, anche se abbastanza vicino; o che si impone con una certa persistenza sulla scena pubblica e sul mercato: un film di pochi anni fa, un qualunque successo musicale di ieri, o addirittura una canzone che domina le classifiche. […] Nella sua nebulosa pervasività la parola classico tende ad assumere un rilievo e un’estensione di significati che si avvicinano notevolmente a quelli dell’inflazionato ‘mitico’.

Questa attuale diffusione e indeterminatezza della parola classico non è che il risvolto subalterno e banalizzato della varietà e ambiguità di significati del c. nello stesso linguaggio culturale tradizionale e nello stesso nostro modo di riferirci ai c. della letteratura. 

Poiché – seguendo lo stesso Ferroni – “fin dall’antichità l’individuazione degli scrittori classici presuppone la definizione di un canone”, devo quindi chiarire cosa io, qui, in questo testo, intenda col termine ‘Classico della letteratura’, anche perché le definizioni date da autorevoli autori (da T.S. Eliot in What is a classic? del 1944 fino a Italo Calvino in Italiani, vi esorto ai classici del 1981) sono, a ben vedere, tutte abbastanza vaghe e necessariamente (direi: ovviamente) piuttosto generiche.

La mia definizione di testo letterario classico è pertanto a sua volta lasca e poco stringente; costringere la definizione di ‘classico’ a un canone rigido sarebbe semplicemente una sciocchezza contraria al significato che assume l’arte, in questo caso letteraria.

Direi, con semplicità e brevità, che mi accontento di definire un classico della letteratura quel testo che:

  • non è stato pubblicato di recente (pubblicato, non scritto; se si ritrova oggi un testo sconosciuto di Flaubert, questo non è necessariamente un classico); quindi: il testo è un classico soprattutto perché è stato letto e viene implicitamente ritenuto tale dalla continuità della lettura, generazione dopo generazione;
  • indipendentemente dai perché (certamente differenti) un libro piaccia, viene letto da generazioni successive di lettori, in aree linguistiche e culturali diverse; quindi: possiede un valore intrinseco tale da superare non solo i limiti del tempo (se un libro è obsolescente e riesce a parlare solo a una generazione, difficilmente possiamo chiamarlo classico), ma anche le barriere linguistiche delle traduzioni (qui occorrerebbe un lungo discorso che riprenderò brevemente in conclusione).

In effetti sto proponendo una definizione di classico indiretta: sarebbe tale il libro che viene letto e riletto negli anni (o nei secoli). Sul perché tale opera venga riletta (e quindi sulla natura ultima della classicità) riprendo più avanti.

Quindi sono indubbiamente ‘classici’:

  • Omero, Virgilio e tutta la letteratura greca e latina antica;
  • Dante, Boccaccio, Chaucer, Shakespeare, Cervantes e i grandi testi dal ‘300 al ‘600;
  • la letteratura del ‘700 che apre alla modernità, prodromica della nascita del romanzo borghese del secolo successivo: Goldoni, gli illuministi, Foscolo;
  • il romanzo borghese dell’800 e primi del ‘900 con la sua diffusione di massa e i molteplici temi (civili, patriottici, romantici) che ha assunto in momenti e paesi differenti. Qui l’elenco sarebbe sterminato ed evito.
  • Infine – e siamo in una zona d’ombra – la letteratura del secondo dopoguerra; rimanendo in Italia Pasolini può essere considerato un classico? E Moravia, Sciascia? A mio avviso sì, fino a Italo Calvino incluso. Se ci avviciniamo ad Ammaniti, Ferrante, Murgia o Baricco no, per le ragioni dette sopra (quindi no anche Oran Pamuk, de Lillo, Auster, Murakami etc., indipendentemente dal loro valore).

In maniera molto pratica vi mostro quali sono per me i classici con questo elenco dei miei 100 preferiti:

Dopo questo faticoso tentativo di definizione possiamo incominciare a chiederci perché dovrebbe valere la pena leggerli. Io vedo due tipi di risposte:

  1. la prima la potremmo chiamare ‘sociologica’ e riguarda il contesto in cui nasce un’opera letteraria e il suo valore storico-sociale: è indubbiamente una ragione minore, secondaria, accessoria, che consente al lettore di capire l’anima di un popolo in una certa dimensione storica; leggere i classici russi, per dire, o gli americani della prima metà del Novecento (Uomini e topi di Steinbeck, per fare un solo esempio), i francesi engagée dell’Ottocento (p.es. Hugo e Zola) e così via, consente al lettore un’immersione in una cultura, una visione del mondo, un modello di relazioni sociali che non potremmo in alcun modo comprendere con pari efficacia;
  2. la seconda risposta, centrale e principale, riguarda invece l’opera in sé. Esiste un valore letterario intrinseco che può essere probabilmente spiegato solo ricorrendo al concetto di aura di Benjamin (che non parlava di letteratura, quindi sto ampliando l’estensione del concetto originario). Una certa lettura colpisce delle corde profonde nel lettore non in quanto individuo, nella sua soggettività, ma in quanto membro della specie, con delle caratteristiche universali: se l’Iliade ci emoziona dopo più di 2.600 anni, è perché Omero, attraverso le vicende guerresche attorno a Ilio, ci parla in realtà di umanità, di passioni umane nelle quali ci riconosciamo.  Diventa quindi un ‘classico’ quel testo che emoziona attraverso il susseguirsi delle generazioni, perché sa toccare le corde profonde dell’animo umano.

Poiché detto così può apparire poca cosa, occorre fare una breve digressione sul senso e sul significato di un testo: il significato è quello testuale, sintattico: i greci sono andati a combattere a Troia perché Paride (figlio del re di Troia) ha rapito Elena, moglie di Menelao, re di Sparta; il fratello del cornuto, Agamennone, riunisce i re della Grecia e una flotta di maschi testosteronici va alla guerra contro i troiani. Poi – dopo dieci anni di sole battaglie fra maschi lo si può capire – Agamennone faccia di cane cuore di cervo, ruba la schiava Briseide ad Achille (lui ne era innamorato) mostrando di essere uno stupido caprone; Achille furioso si astiene per un po’ dalla guerra assieme ai suoi mirmidoni, i greci incominciano a prenderle di santa ragione finché Patroclo muore e Achille, per vendicarlo, torna a far strage di troiani. Poi Ulisse si inventa lo stratagemma del cavallo (poteva pensarci prima) e tutto va come sappiamo. Detta così sembra l’ennesima serie televisiva Netflix. Ma se oltre il significato testuale approcciamo il senso del testo, la sua semantica, la simbologia, i riferimenti emozionali, tutto cambia, e leggiamo di amore, di lealtà, di coraggio, di cameratismo guerresco, di animi tormentati e inquieti, del giogo imposto agli umani dagli dei, dei destini evitabili e di quelli che non si possono evitare. Ecco: il testo dell’Iliade è una storia di guerra, ma il senso che assume per il lettore è quello di un magnifico affresco sulle incertezze, sulle paure e sul modo di affrontarle, sul senso del dovere e sulla lealtà, e soprattutto sul fatto che non si sfugge alla responsabilità del proprio destino, del proprio posto nel mondo.

Un classico, quindi, propone archetipi morali, psicologici, culturali, profondamente inseriti nel nostro bagaglio umano, e come tali fanno entrare il lettore in se stesso, nella profondità della sua essenza umana. 

Ma c’è di più; affinché un testo letterario ci sappia condurre in questa rappresentazione umana in cui proviamo empatia, deve anche essere scritto in modo mirabile. La scrittura non è solo compilazione di una successione di frasi corrette sotto il profilo grammaticale; se così fosse, Madame Bovary sarebbe una delle tante storie d’amore e di corna, come cento e cento ne sono state scritte. Il capolavoro nasce perché la scrittura poetica propone dei canoni stilistici di per sé fonte di godimento intellettuale. Questo accade per il motivo che le parole non sono semplici designatori di referenti (dico ‘sedia’ per indicare quella cosa dove ci sediamo) ma sono finestre esperienziali necessariamente oggetto di interpretazione da parte di chi legge o ascolta, e in questa interpretazione (sempre, assolutamente sempre necessaria) si instaura una sorta di relazione che è fattore di crescita, di introspezione, di esperienza. Ne ho parlato diffusamente in questo testo:

Se questo è vero per qualunque parola, frase, libro, è esponenzialmente più vero per i testi scritti da poeti e letterati capaci di piegare il senso delle parole ai loro fini artistici: la capacità di imprimere ritmo al testo; la prosodia (soprattutto la prosodia); il giusto climax; l’invenzione narrativa; lo spessore dei personaggi. Sono alcuni degli elementi che fanno la differenza fra un romanzo che leggiamo e poi dimentichiamo, e uno che ci cattura, che vorremo rileggere, che consiglieremo ai nostri amici. Ecco, i classici sono tali perché propongono archetipi universali nei quali ci riconosciamo, come ho detto prima, ma anche perché quegli archetipi sono rappresentati, stilisticamente, con sapienza e sensibilità nella scrittura, nel modo in cui gli avvenimenti sono raccontati.

Solo un paio di esempi: provate a leggere le novelle di Pirandello ad alta voce, per voi stessi; leggetelo lentamente, rispettando la punteggiatura. C’è una magia nella scrittura pirandelliana che sorprende e affascina; se volete imparare a scrivere dovete leggere Pirandello ad alta voce. Shakespeare: leggete attentamente il Bardo due volte: la prima per capire la storia, il suo contesto e il ruolo che vi giocano i protagonisti; poi leggetelo una seconda volta concentrandovi sulle emozioni, sull’animo e la psiche dei personaggi, Al di là del contesto e dei fattori contingenti, mamma mia, che sferzate all’anima, che scuotimento di sensi! Mai più come Shakespeare abbiamo scavato la profondità dell’animo umano! E potrei parlarvi dell’incisività di Hemingway, del tormento di Dostoevskij, dell’invenzione allegorica di Bulgakov, della profondità lirica di Manzoni e via proseguendo.

Il problema delle traduzioni. Solo brevemente accenno al fatto che ogni traduzione è un tradimento. Se non siete autenticamente poliglotti leggete Shakespeare in italiano, e se anche avete la capacità di leggerlo in originale (tenendo presente che comunque non è inglese moderno, un po’ come la Divina Commedia di Dante che non è in italiano moderno), probabilmente non conoscere il turco per leggere Pamuk e il giapponese per leggere Murakami etc. Una buona traduzione fa la differenza, riuscendo a mantenere buona parte di quell’aura originale di cui gode il lettore che legge in lingua. E più la lingua tradotta appartiene a un paese vicino, geograficamente, culturalmente e linguisticamente, più possiamo pensare di cogliere la profondità originale (e viceversa; per questo credo che gli appassionati di letteratura giapponese contemporanea leggano storie perdendo gran parte dell’aura poetica originale). Questo vale, analogamente, per i testi antichi con un linguaggio ormai obsoleto; la Divina Commedia, per esempio, è una lettura ostica che non si può affrontare senza ricorrere a un adeguato apparato di note, ma che emozioni sa creare Dante!

Conclusione: i classici sono testi che si rivolgono al nostro Io interiore, rappresentandoci emozioni universali, con una scrittura sapiente e sorvegliata capace di toccare corde profonde (e razionalmente ignote). Se un libro riesce a fare questo dopo decenni di ristampe, dopo secoli di generazioni di lettori che hanno provato godimenti analoghi, allora sì, sono classici e assolutamente vale la pena leggerli.


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