Il mondo tripartito

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Una riflessione sulle forme ternarie con cui organizziamo il mondo e la sua narrazione

Una delle ricorrenze culturali che attraversano la Storia e le latitudini è la tripartizione come classificazione di base del mondo e di suoi aspetti: dall’antichità ad oggi abbiamo interpretato il mondo secondo triadi (nota: chiamerò tripartizioni le operazioni mediante le quali un fenomeno viene suddiviso in tre componenti; chiamerò triadi gli insiemi ternari che ne risultano o che vengono presentati come unità simboliche).

Per entrare subito in medias res vi propongo un elenco largamente incompleto che, sottolineo, non riguarda solo le tripartizioni in senso stretto, ma più ampiamente le forme ternarie: classificazioni in tre parti, processi in tre momenti, sistemi di tre funzioni, triadi simboliche e sequenze retoriche.

Nella filosofia
  • Tripartizione dell’Anima di Platone: anima razionale, irascibile e concupiscibile;
  • la rappresentazione scolastica del processo dialettico come tesi, antitesi e sintesi;
  • tre stadi di Kierkegaard: estetico, etico e religioso;
  • la tripartizione del Tempo: passato, presente e futuro.
Nella religione
  • I tre fratelli cronidi nella Grecia Classica: Zeus, Poseidone e Ade;
  • la Trimurti Induista: Brahma, Vishnu e Shiva;
  • la Santa Trinità: Padre, Figlio, Spirito Santo;
  • tre regni dell’oltretomba: Paradiso, Purgatorio e Inferno;
Nelle scienze
  • I tre regni naturali (Linneo): animale, vegetale e minerale;
  • i tre stati della materia: liquido, solido e gassoso.
Nella società
  • Schieramenti politici: destra, centro e sinistra;
  • i poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario;
  • i tre settori economici: primario (agricoltura), secondario (industria) e terziario (servizi).

So benissimo che diverse di queste triadi sono state superate da successive proposte classificatorie, nuove scoperte e nuove teorie, ma ugualmente tutte sono rimaste almeno nel linguaggio comune, a testimonianza della loro profonda radice culturale e sociale.

Le triadi come elemento ontologico o come interpretazione del mondo

Il tema che voglio porre, e al quale non darò alcuna risposta definitiva, è il seguente: noi classifichiamo il mondo secondo triadi perché il mondo è oggettivamente così, o il mondo è più complesso e per qualche ragione la tripartizione è un meccanismo che ci conviene cognitivamente?

Peirce e la tripartizione come realtà ontologica

Il grande semiologo e logico Charles Sanders Peirce ha dedicato molti saggi alla tripartizione e si dichiarava scherzosamente affetto da ‘triadismo’ che, per lui, era alla base della realtà oggettiva, vale a dire: il mondo è realmente basato su triadi; Peirce non si limita a proporre alcune classificazioni ternarie: costruisce praticamente tutta la propria filosofia sulla convinzione che vi siano tre categorie universali e irriducibili:

  • Primità (Firstness): qualità, possibilità, immediatezza;
  • Secondità (Secondness): fatto, opposizione, reazione, rapporto con altro;
  • Terzità (Thirdness): mediazione, legge, abitudine, significazione.

Per Peirce, la relazione triadica introduce qualcosa che non può essere ridotto a una somma di relazioni binarie. È particolarmente evidente nella sua celebre teoria dei segni che si basa su una triade: il segno in sé (rappresentamen), l’oggetto e l’interpretante.

Un segno, o representamen, non rinvia semplicemente a un oggetto in un rapporto a due: lo rappresenta producendo un interpretante, cioè un effetto significativo o un ulteriore segno attraverso il quale viene compreso. Il terzo elemento è dunque la mediazione che rende possibile il significato.

Peirce sviluppò anche una sorta di tesi logica della riduzione:

  • le relazioni monadiche descrivono qualità;
  • quelle diadiche descrivono opposizioni o reazioni;
  • quelle triadiche descrivono mediazioni;
  • le relazioni con quattro o più termini possono essere scomposte in relazioni triadiche, mentre una relazione genuinamente triadica non può essere ridotta integralmente a diadi. 

La tripartizione come organizzazione mentale (una rassegna molto incompleta)

Ma se, invece, non fosse il mondo a essere triadico ma la nostra mente? Il nostro modo di organizzare le informazioni?

Per esempio il sociologo Georg Simmel individua una proprietà strutturale fondamentale del numero tre nella vita sociale. Per Simmel la diade — due persone — rimane una relazione immediata: se uno dei due si ritira, il gruppo scompare. Con l’arrivo del terzo, invece, emergono fenomeni qualitativamente nuovi come la mediazione, la maggioranza, la possibilità che il terzo sfrutti il conflitto fra gli altri due e, principalmente, una struttura collettiva relativamente indipendente dai singoli partecipanti.

Per lo storico Georges Dumézil, molte religioni, mitologie e organizzazioni sociali indoeuropee sarebbero strutturate intorno a tre funzioni: sovranità religiosa e giuridica, forza guerriera e produzione, fecondità e prosperità.

Questa struttura, che per lui è una sorta di matrice culturale profonda, apparirebbe nelle divinità, nei miti, nelle caste, nelle rappresentazioni del cosmo e nelle forme della società. 

Anche se l’antropologia strutturale ha studiato soprattutto le opposizioni binarie, da Lévi-Strauss in poi è difficile considerare le nostre classificazioni come semplici riproduzioni di un ordine oggettivo: esse sono sempre mediate dalla cultura. In una prospettiva più propriamente sociologica si può aggiungere che contribuiscono anche alla riproduzione dell’ordine sociale che le ha generate. 

Potremmo forse azzardare che la mente non parte dal tre, ma dal due; il tre nasce quando occorre governare, mediare o dinamizzare una contrapposizione binaria.

Così, per esempio:

  • dalla contrapposizione vita / morte si giunge alla rinascita e alla mediazione rituale;
  • da quella bene / male al giudizio ed eventualmente all’espiazione;
  • fra passato e futuro il presente costituisce il punto mobile dal quale entrambi vengono distinti;
  • e l’irriducibilità politica destra / sinistra trova un punto di equilibrio nel centro.

In questa prospettiva il tre non sarebbe il numero originario della distinzione, ma quello della sua mediazione e complessificazione.

Più recentemente lo studioso di scienze cognitive Norman D. Cook ha avanzato l’ipotesi che diverse capacità considerate tipicamente umane dipendano dalla possibilità di elaborare associazioni a tre termini, anziché soltanto collegamenti fra coppie di elementi. L’autore collega questa capacità alla comprensione delle relazioni, della prospettiva e della mente altrui. 

Comunque sia, la tesi favorevole alla tripartizione come espressione culturale è data dal fatto che molte fra quelle presentate all’inizio sono in realtà smentite dalla scienza contemporanea, pur sopravvivendo nella divulgazione, nelle conversazioni anche erudite e nel senso comune.

Non entrerò qui nelle possibili spiegazioni neuroscientifiche, che richiederebbero competenze e verifiche specifiche. La loro esistenza segnala comunque che la ricorrenza delle forme ternarie può essere indagata anche come fenomeno cognitivo, senza ridurla interamente alla trasmissione culturale.

La ricorrenza delle tripartizioni non dimostra che la realtà sia organizzata in gruppi di tre. Potrebbe mostrare, piuttosto, che il tre rappresenta, per il pensiero umano, la forma minima con cui si presenta un processo, una minima struttura e una classificazione acquista l’apparenza della completezza.

La tripartizione nelle forme discorsive e narrative

Vorrei completare questa breve introduzione alle tripartizioni accennando a una tipica forma retorica basata su micro-serie di tre elementi (tricolon); quando vogliamo descrivere una persona con molteplici aggettivi, se ci fate caso, questi sono tipicamente tre; non quindi:

Giorgio era bello e intelligente

Ma, più probabilmente,

Giorgio era bello, simpatico e intelligente.

Oppure, in casi diversi, non:

Lucia decise che doveva cambiare vita: stare più calma e ragionare di più;

ma, più probabilmente:

Lucia decise che doveva cambiare vita: stare più calma, ragionare di più e infischiarsene di ciò che pensava la gente;

La prossima volta che leggerete un testo di narrativa, fateci caso. Nelle descrizioni, nelle enumerazioni e nelle formule memorabili, la serie di tre ricorre con una frequenza sorprendente; risulta più armonica e logica di una diade, mentre una serie di quattro o più elementi tende più facilmente ad assumere il carattere dell’accumulazione o dell’enumerazione, che ha un’altra valenza retorica, e che ho documentato in questo articolo:

Questi alcuni (pochi) esempi letterari:

Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. (Dante Alighieri, Inferno, canto III)

ciò è la donna, la taverna e ’l dado (Cecco Angiolieri, Tre cose solamente mi so’ in grado)

Amici, romani, concittadini, prestatemi orecchio. (W. Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II)

Veni, vidi, vici (Giulio Cesare)

Liberté, Égalité, Fraternité (motto della Repubblica francese)

Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulle piste d’atterraggio, combatteremo nei campi e nelle strade. (Winston Churchill; in questo caso i luoghi elencati sono quattro, ma la ripetizione anaforica di «combatteremo» articola il periodo in tre movimenti: un buon esempio di come la struttura sintattica possa essere ternaria anche quando gli elementi enumerati non lo sono).

In conclusione

Non sappiamo se il mondo sia “oggettivamente” triadico, ma possiamo legittimamente dubitarne. Molte tripartizioni che per secoli sono apparse naturali sono state corrette, ampliate o abbandonate con il progredire delle conoscenze; altre appartengono più chiaramente alla nostra esperienza, al linguaggio e alla cultura che alla struttura fisica della realtà.

Le possibili basi biologiche del fenomeno possono certamente spiegarne una parte, ma non esauriscono ciò che qui mi interessa: un mondo complesso viene rappresentato, in epoche e culture differenti, mediante diadi e triadi. Se le diadi esprimono con particolare efficacia l’opposizione, le triadi sembrano introdurre mediazione, movimento e organizzazione. Possono dunque essere interpretate come uno sforzo culturale e sociale per superare i limiti del mondo dicotomico.

Questa struttura è ormai profondamente sedimentata nelle forme del discorso e, di conseguenza, nella letteratura. L’autore consapevole può riconoscerla e utilizzarla deliberatamente come strumento ritmico, narrativo e retorico.


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