Il panorama (tristissimo) della trasformazione dell’editoria
Che l’editoria italiana sia in crisi è cosa nota, e chi si occupa anche marginalmente del tema lo sa bene. Ho amici editori, o editor di case editrici importanti, che mi hanno espresso la loro preoccupazione per il periodo duro che stanno vivendo. La gente compra pochi libri.
Per i libri il 2025 è stato un anno difficile. L’editoria ha sofferto, inutile girarci intorno. La crisi è evidente. Parlano i numeri resi noti dall’Associazione italiana editori presentati durante la giornata conclusiva del Seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri di Venezia: il 2025 si chiude per l’editoria di varia, ovvero saggistica e narrativa, con tre milioni in meno di libri a stampa comprati dagli italiani nei canali trade (librerie, online e grande distribuzione). Nei dodici mesi sono state acquistate infatti 99,5 milioni di copie, in flessione del 3% rispetto al 2024. L’analisi è basata su dati di NielsenIQ BookData. Considerando il valore, quindi il fatturato e non il numero di copie, la perdita è del 2,1%, con 32,6 milioni di euro di acquisti in meno, su 1.483,9 milioni di euro di acquisti complessivi. (Raffaella De Santis, “L’anno difficile dell’editoria: il 2025 è un bollettino di perdite”, la Repubblica del 30 gennaio 2026)
Perdono soprattutto (e in maniera consistente) gli editori piccoli, la saggistica specialistica è calata del 12,4%, scende dell’11,2% la letteratura italiana non di genere, eccetera; un disastro (fonte).
Al calo di libri stampati e venduti dagli editori “tradizionali” si contrappone una crescita delle opere in self publishing, con 300 milioni di libri autopubblicati venduti ogni anno nel mondo:
Il self-publishing non è più una zona marginale dell’editoria, ma una componente ormai strutturale dell’ecosistema libro. Secondo i dati più aggiornati dell’Associazione Italiana Editori (Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2025, Ufficio Studi AIE), nel 2024 in Italia sono stati auto pubblicati 26.700 titoli, pari a circa il 16% della produzione complessiva.
La fotografia del self-publishing italiano secondo AIE (ottobre 2024) mostra un settore in cui la narrativa resta predominante, ma la non-fiction mantiene un peso significativo: oltre il 42% nei libri a stampa autopubblicati e circa il 35% negli ebook. È un quadro che dialoga con quello della manualistica editoriale, che nel 2024 non cresce ma si stabilizza: poco più di 6.600 titoli, in linea con l’anno precedente. Dopo il boom del biennio post-pandemico, il mercato si riequilibra: l’offerta torna su livelli fisiologici, gli editori selezionano maggiormente e la domanda occasionale si riduce (“Self-Publishing Report: AI scrive dove gli autori non scrivono e non fa concorrenza alla narrativa”, La Capitale News, 2 dicembre 2025).
Riccardo Mazza, imprenditore esperto di self publishing, conferma che “il self-publishing non è più una nicchia, ma una vera e propria forza motrice del panorama editoriale globale”. La trasformazione digitale sta guidando questa crescita, con il mercato editoriale digitale italiano che ha superato i 500 milioni di euro, registrando un incremento del 28% rispetto ai 388 milioni precedenti (fonte).
Insomma: se una volta l’autopubblicazione (solitamente brutta come prodotto editoriale) era un residuo marginale per autori negletti, oggi sembra assumere non solo importanza commerciale ma anche autorevolezza culturale e autoriale e – come diversi autori o esperti del settore dichiarano – anche di democratizzazione dell’editoria (spunti interessanti in questo senso in Davina Hamilton, “The evolution of Self-Publishing”, The Society of Authors, 16 dicembre 2025).
Se è evidente che, come qualunque progresso tecnologico, anche questo relativo all’editoria non si può fermare, ed è inutile cercarvi una morale, vale la pena segnalare che quanto tutto questo fenomeno “sia un bene” (crescita delle possibilità espressive, maggiore offerta di testi, inclusivi…) e quanto “sia un male” (sovrapproduzione di testi scadenti, difficoltà per il potenziale lettore di districarsi in un mercato così affollato…) è oggetto di molte discussioni delle quali è impossibile trarre una sintesi manichea: molti aspetti dell’editoria digitale auto-pubblicata sono un bene e altrettanti sono un male. E tutti noi (lettori e autori) siamo lì, in mezzo al guado, godendoci gli elementi positivi e soffrendo per quelli negativi (se invece siamo editori, ovviamente, vediamo solo gli elementi negativi). Un’ottima sintesi nell’articolo di Richard Godwin, “‘More are published than could ever succeed’: are there too many books?”, The Guardian, 21 marzo 2025.
La mia personale esperienza di self publishing
Premetto che per professione e per passione ho sempre scritto molto, e molto pubblicato. Sono di una generazione che ha iniziato quando la produzione di un testo iniziava con la penna stilografica e la macchina da scrivere; quando i testi si componevano coi caratteri di piombo e le prime bozze si correggevano a mano con un sistema semi-stenografico; quando, sostanzialmente, un editore doveva scegliere di pubblicarti, perché ogni nuovo libro era comunque un rischio imprenditoriale.
Ho raccontato questa evoluzione della scrittura in questo articolo:
A fianco di questa produzione editoriale tradizionale, negli anni ho sentito il bisogno di diffondere testi – diciamo così – minori, vuoi perché destinati a un pubblico di nicchia (come certi libretti che raccoglievano il meglio dei post del blog Hic Rhodus), o perché si trattava di “appunti” dei quali mi volevo liberare in preparazione di un testo “maggiore”. All’epoca c’era solo Amazon (Amazon Kindle Direct Publishing) che dava questa possibilità e, devo dire, il sistema era estremamente semplice, quasi povero, e l’eventuale versione cartacea una vera schifezza. Ma in anni più recenti questo settore si è di molto evoluto.
In questi giorni ho pubblicato un libretto, Contro il populismo, di cui ho parlato su Substack, che riguarda temi politici e ho scelto una piattaforma italiana che si chiama StreetLib.
Questa (come, presumo, altre) offre una gamma notevole di servizi: ampia scelta di tipografia e composizione del testo, supporto alla formazione di una copertina, colophon, codice ISBN, collegamento con tutte le maggiori piattaforme di vendita on line (Amazon, Kobo, Unilibro etc.). Possibilità di avere la copia cartacea con un prodotto finale che non ho visto (io non ho scelto questa opzione) ma che credo sia più che accettabile. Tempo richiesto: un pomeriggio per me (avevo il testo già pronto e ho perso un po’ di tempo per impratichirmi) più una nottata per la trasmissione in automatico da StreetLib agli Store on line; vale a dire: la mattina dopo il testo era già disponibile ovunque. Costi: il servizio è gratuito ma StreetLib vi offre uno spazio limitato, bastevole per un testo senza figure; poiché il mio libro ne aveva diverse, e quindi “pesava” un pochino di più, mi sono abbonato al piano base, a meno di 6 euro al mese, che mi concede spazio anche per i prossimi lavori che ho in mente di pubblicare.
Se vi interessa il libro lo trovate a zero euro direttamente nello store di StreetLib cliccando QUI.
Che valore ha questo libro? Dipende. Ho scritto diversi testi di sociologia politica (come Contro il populismo), alcuni da editori e altri in self publishing. I primi sono in un catalogo che qualunque lettore può consultare, i secondi no. Per il resto qual è la differenza? I cataloghi editoriali come li si intendeva un tempo non li consulta più nessuno: oggi digitate qualcosa su Google, o meglio ancora su ChatGPT, e avete la bibliografia che cercate. I primi sono distribuiti in libreria, i secondi no. Ma come sa chiunque se ne occupi, un’infima parte dei titoli pubblicati compare per poche settimane negli scaffali di un libraio, e “essere in libreria” significa solo che un editore distribuisce attraverso canali per cui, se andate nella libreria della vostra città e chiedete quel titolo, in pochi giorni il libraio ve lo fa avere. Era una cosa bellissima fino a un decennio fa; oggi l’ordinate on line e vi arriva a casa in pochi giorni. Quali altri vantaggi vi offre l’editore? Certo, se pubblicate con Einaudi, Feltrinelli, Mondadori e altri grossi nomi dell’editoria commerciale, o con Adelphi, La nave di Teseo, e altri editori elitari, significa che fate parte di un’eccellenza che può andare a farsi intervistare da Fabio Fazio, mentre se pubblicate in self publishing diventerete un caso editoriale solo con la probabilità di uno su un milione. Ma possiamo anche infischiarcene, no? E, a mio avviso, molto ma molto meglio il self publishing che pubblicare da falsi editori che vi chiedono soldi per avere un prodotto scadente e dequalificato, buono solo per far vedere alla mamma che si è pubblicato “un libro”.
Ed ecco l’Intelligenza Artificiale che entra a gamba tesa

Dal self publishing all’Intelligenza Artificiale il passo è estremamente breve; vuoi scrivere un libro ma non solo non sai come si “produce” (banalmente: come cercare e trovare un editore) ma proprio “come si scrive”? Ecco che nascono le piattaforme come Plottybot: “Se riesci a raccontarla a parole – è il loro slogan – puoi scriverla con PlottyBot”. Ed evidentemente la formula funziona se il Plottybot Self Publishing Report segnala ben 1.843 libri generati in italiano nell’ultimo anno (nota: l’Italia è il secondo mercato della piattaforma, dopo quello in lingua inglese);
Il confronto internazionale conferma la crescita di una scrittura – e di una lettura – sempre più funzionale, dove il libro è percepito come supporto pratico più che come opera identitaria. È una trasformazione culturale che attraversa mercati diversi e vede nell’AI un alleato naturale: la tecnologia permette di rispondere a esigenze informative puntuali, organizzare contenuti complessi e tradurre competenze quotidiane in formati editoriali utilizzabili. (fonte)
Ohi ohi. La situazione è quindi la seguente: hai scritto una cosa qualunque (un capolavoro o una boiata) e la vuoi pubblicare? Poche ore su una piattaforma come StreetLib ed è fatta; NON hai scritto un cavolo ma lo vuoi pubblicare lo stesso? PlottyBot o altre piattaforme che danno largo spazio all’IA.
È facile comprendere, anche dal trend crescente visto all’inizio di questo articolo, che il fenomeno è in procinto di dilagare, come segnala il caso estremo di inquinamento editoriale prodotto dall’IA nella Corea del Sud dove, al già enorme numero di editori di una sola persona capaci di pubblicare centinaia di libri generati con l’IA, si è recentemente affiancata la Luminary Books; fondata da ingegneri nel 2022, la società ha pubblicato circa 9.000 titoli solo nel 2025, che coprono argomenti che vanno dall’economia e le discipline umanistiche alla moda e al cibo, il tutto a un ritmo che sarebbe impensabile senza un uso approfondito dell’IA. Molti di questi prodotti contengono frasi prive di senso, traduzioni ridicole, illustrazioni incoerenti col testo etc. creando sconcerto e disaffezione fra i lettori (Kim Se-jeong, “1 year, 1 publisher, 9,000 books: AI-generated titles flood Korean shelves”, The Korea Times).
Ci possiamo quindi immaginare un futuro a breve, a brevissimo, dove coincideranno questi tre fenomeni: i) gli editori tradizionali andranno rapidamente in crisi; ii) il self publishing aumenterà vertiginosamente; iii) gran parte del self publishing sarà prodotto con l’IA in maniera opaca e poco chiara.
Conclusioni
Scrivere un libro, quando io ero giovane, era un traguardo. Dovevi avere delle idee e saperle scrivere; dovevi trovare qualcuno che te le stampava e c’era un percorso abbastanza lungo, di diverse settimane e mesi, per passare dal tuo dattiloscritto al libro disponibile in libreria; poi dovevi incontrare i potenziali lettori, che non è affatto una cosa automatica. Oggi tutto questo sta cambiando. La crisi degli editori è totale, e non basta avere a catalogo un finalista Strega per avere la certezza di vendere copie (ne ha scritto Guia Soncini nell’aprile 2024). Guardando superficialmente qui su Substack vedo una pletora di gente che scrive racconti (mi limito alla narrativa) che nessuno leggerà (io sono fra questi, sia chiaro); perché farlo? Sono messaggi nella bottiglia gettati nell’enormemente vasto mare di Internet. Noi che scriviamo gettiamo messaggi in mezzo al mare. Qualcuno li legge? Straordinario, ne siamo felici, il nostro Ego ne è deliziato.
L’impatto sociale e culturale di questa produzione di parole, tanto più se sostenuta con l’IA, sarà stimabile solo col tempo. Saremo tutti più stupidamente distratti? Oppure avere questa varietà di possibilità ci addestrerà, in un qualche modo, a distinguere e scegliere, con un arricchimento complessivamente importante, culturalmente rilevante, socialmente gratificante?
La mia generazione è strutturalmente diffidente verso queste novità. Se una volta, come ho detto, pochi scrivevano, e facevano fatica, ed era un privilegio, oggi che con pochi click “scrivi” un testo (o te lo fai scrivere dall’IA) e lo diffondi come tuo, beh, capite che possiamo fare un po’ di fatica.
Ciò detto, poiché ho già avuto la fortuna di “quella” scrittura, di quelle pubblicazioni editoriali, e delle presentazioni pubbliche, e dei riconoscimenti, oggi, onestamente, l’idea di gettare i miei messaggi in bottiglia nell’oceano della comunicazione parossistica contemporanea mi stuzzica. Che percorso farà quella bottiglia? Quale navigante leggerà le cronache del mio naufragio e deciderà di venirmi in soccorso con un commento, con un giudizio, una recensione? Anche solo con un cuoricino?
P.S. Questo testo è stato scritto con la mia intelligenza naturale; ho utilizzato ChatGPT per i) cercare rapidamente una bibliografia ragionata in modo da potermi informare adeguatamente (specialmente per quanto riguarda i dati di mercato); ii) correggere unicamente refusi e ripetizioni (no cambiamenti sintattici e stilistici); iii) proporre il disegno di copertina perché non avevo foto mie adeguate.


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